Otto Paesi africani a convegno con Emergency.
da PeaceReporter
L'ong italiana Emergency ha riunito a Venezia, nell'ambito di un workshop sulla sanità, ministri della Salute, parlamentari, funzionari e diplomatici di otto Paesi africani. Sono i Paesi che confinano con il Sudan, dove Emergency ha costruito un ospedale cardiochirurgico di eccellenza che cura centinaia di persone ogni anno. E sono anche i Paesi che all'ospedale Salam di Kahartoum inviano ogni anno decine di pazienti cardiopatici. Il seminario ("Costruire medicina in Africa: principi e strategie") ha offerto l'occasione di tracciare un quadro sulla situazione sanitaria di una vasta regione, dove epidemie, povertà, siccità e soprattutto guerre, mietono ogni anno migliaia di vittime. Durante il workshop sono emerse numerose problematiche: la 'fuga di cervelli', ovvero l'esodo dei medici africani che, una volta specializzatisi, trovano all'estero condizioni di lavoro più remunerative; la predilezione della comunità internazionale per le raccolte fondi destinate a farmaci e terapie, anzichè a strutture e formazione del personale locale; la grande attenzione mediatica destinata a malattie trasmissibili come Hiv, tubercolosi, malaria, a scapito di cancro e malattie cardiovascolari, queste ultime ormai seconda causa di morte nei Paesi africani. Infine, è stato posto l'accento sulla necessità del dialogo e della cooperazione tra governi e agenzie umanitarie per sviluppare politiche incentrate su una salute universale e gratuita, che si fondi su tre pilastri etici: uguaglianza (tutti hanno diritto alle cure mediche), qualità (tutti hanno diritto a cure mediche di alto livello), responsabilità sociale (i governi devono impegnarsi in prima persona a garantire tali cure).
Ministri e delegati di Sudan, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Uganda e Ruanda hanno raccontato a PeaceReporter la situazione della sanità nei rispettivi Paesi.
In chiusura di seminario, il fondatore di Emergency, Gino Strada, ha fatto appello alle responsabilità individuali, delle ong e dei governi nella promozione di una salute come diritto umano fondamentale, esortando a elaborare un memorandum of understanding e un manifesto etico come passo iniziale verso questo obiettivo. Riportiamo la parte finale del suo intervento: "Il diritto alle cure è un diritto umano fondamentale che appartiene a ogni essere umano, senza alcuna discriminazione. I sistemi sanitari devono esere costruiti obbedendo ad alcuni principi, il primo dei quali è l'uguaglianza. Ogni essere umano ha il diritto a essere curato, senza distinzioni di razza, religione, censo e ceto. Il secondo principio è fornire una sanità di elevata qualità. Non si può promuovere un sistema di salute universale se non si garantisce anche all'Africa un diritto umano pieno, e non parziale, mutilato. Il terzo principio è l'impegno e la responsabilità sociale dei governi. Sembra che la medicina oggi si sia ridotta ad alcune questioni tecniche. Ma ci sono invece importanti problemi etici. Noi, come voi, siamo responsabili della salute di milioni di persone. Ciò che è stato raggiunto e deciso qui è molto importante: prima di tutto, occorre mantenere aperto il dialogo, continuare a comunicare, condividere idee, visioni, programmi. Abbiamo toccato alcune questioni riguardanti la sanità in Africa. Tra queste, come orientare le risorse e i donatori, come costruire sistemi di formazione, come compiere indagini sulla realtà clinica dell'Africa. Milioni di persone soffrono e muoiono a causa di alcune malattie. Il risultato concreto di questo workshop è l'elaborazione di un memorandum of understanding, accanto a un manifesto etico sulla sanità che vogliamo. E' un passo iniziale, ma importante. Con il secondo workshop che organizzeremo tra un anno, ne avremo fatto un altro, di passo. Ciò che è importante è superare quella sensazione di impotenza e frustrazione che a volte contagia gli operatori umanitari perchè non si intravedono cambiamenti. Credo che noi tutti, governi e ong, lavorando insieme, possiamo produrre quei cambiamenti di cui la popolazione africana ha bisogno".
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Le Farc confermano: Marulanda, detto Tirofio, loro fondatore, è morto d'infarto il 26 marzo scorso.
da PeaceReporter
“Con immenso cordoglio annunciamo che il nostro “comandante in jefe” è morto lo scorso 2 marzo per un infarto cardiaco”. Con un video di 15 minuti e 12 secondi, Timoleon Jimenez, il nuovo portavoce delle Farc dopo la morte di Raul Reyes, ucciso dall'esercito il primo marzo, ha confermato quanto il governo colombiano aveva diffuso sabato: Pedro Antonio Marín, alias Manuel Marulanda Velez, detto Tirofijo, 'colpo preciso', è morto. In un'intervista al settimanale colombiano Semana, il vice presidente della Repubblica aveva .... Santos, lo aveva dichiarato ventilando l'ipotesi che fosse stato ucciso grazie ai pesanti bimbardamenti aerei delle Forze armate sulle zone dove Palazzo Narino supponeva si nascondesse il più longevo capo della più vecchia guerriglia comunista del mondo, costringendo le Farc a intervenire e smentire. “Il nostro grande leader è morto di infarto fra le braccia della sua compagna, accompagnato dalla sua guardia personale de dai suoi companeros”.
A lupo a lupo. Questa volta i grandi proclami della stampa si sono rivelati fondati. Dopo averlo dato per morto almeno una quarantina di volte – tanto che lo stesso Marulanda amava scherzarci su, dicendo che era deceduto almeno 1200 volte – sabato i servizi segreti colombiani e statunitensi ci avevano visto giusto. Tirofijo non c'è più ormai da due mesi e le Farc hanno avuto già modo di riorganizzarsi. Il nuovo comandante in capo è Alfonso Cano, il nuovo “vocero”, appunto, Jimenez, e i due nuovi membri del Segretariato, a sostituzione di Reyes e Rios, sono Bertulfo Alvarez e Pastor Alape, il capo blocco del Magdalena Medio che Peacereporter incontrò sulle montagne della Colombia nel gennaio 2006.
I misteri. Come tutta la sua vita, anche la data di nascita di Tirofijo è un mistero. Il giornalista e scrittore Artur Alape, nel libro a lui dedicato riporta questa sua frase: “Io nacqui non so quando esattamente, il mese si lo so, in maggio del 1932 a Genova, nel Quindío. A causa della povertà estrema della sua famiglia, riuscì a studiare solo fino alla quinta elementare, per poi proseguire negli studi da autodidatta, aiutato dagli zii. A 13 anni lasciò la casa paterna per cercarsi un lavoro, lasciando sua madre, suo fratello e le sue tre sorelle. Tentò vari mestieri col fine di comprarsi una casa e un po' di animali: panettiere, venditore di dolci, costruttore, commerciante. Ma i soldi che intascava gli bastavano a malapena per vivere alla giornata. Il suo destino cambiò il 9 parile del 1948, quando fra conservatori e liberali si infiamma la miccia della violenza senza esclusioni di colpi. E si convertì in guerrigliero liberale “più per coerenza che per convinzione”, dato che tutte le famiglie povere erano liberali. Questa situazione estrema cambiò il giovane contadino, che pian piano si avvicino alle idee comunista-leniniste. Quando arrivò l'amnistia dall'alto, che segnò la pacificazione e l'accordo sottobanco fra le due parti in lotta, ormai Marin era sulla strada per diventare un guerrigliero comunista, grazie anche all'addestramento militare ricevuto dal Partito comunista. Grazie alla sua mira precisa, un suo compagno di addestramento lo definì Tirofijo. Era il 1953. Quindi si scelse un altro nome, in onore di un leader sindacale comunista assassinato a Bogotà nel 51: Manuel Marulanda Vélez. E nacque la leggenda. Nel 1960 se ne andò a far parte di una colonna guerrigliera nel Cauca e riuscì a fondare una zona di resistenza contadina, la cosiddetta Repubblica indipendente. Poi, il 27 maggio 1964 cominciò l'Operazione Marquetalia del Presidente Guillermo León Valencia, intenzionato a recuperare questa zona remota della Colombia in mano al 'bandolerismo'. La leggenda narra che fu allora che Marulanda riuscì a resistere ai bombardamenti con i suoi 47 uomini, che dettero così vita alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Per le Farc questi 48 sono gli indistruttibili “héroes marquetalianos”.
L'ultimo saluto. Questo era Marulanda, secondo le Farc, e da qui si comprende i toni trionfalistici usati dal portavoce: “Lo abbiamo salutato fisicamente in nome dei mille e mille guerriglieri fariani e miliziani bolivariani che lottano per la libertà e i nome del popolo colombiano. In nome di tutti coloro che nel mondo lo ammirano e amano, nonostante la campagna mediatica messa in piedi contro le Farc”, ha specificato Jimenze, scandendo ogni parola, immerso in uno scenario tipico della selva colombiana. Intervenendo nel periodo in cui le Farc festeggiano il loro 44esimo anniversario, il portavoce ha ripercorso brevemente le gesta di questo uomo carismatico: “Manuel Marulanda Velez, con 47 contadini, decise di lottare per il potere politico e per gettare le basi di una società giusta e socialista. E l'opzione possibile per farlo fu fondare le Farc”. In questo passaggio, il barbuto Timoleon Jimenez ha la voce rotta dalla commozione, nonostante il tono militaresco e trionfante con cui legge il comunicato. E' qui che lo definisce “ineguagliabile stratega, condottiero geniale, guerriero invincibile, leader imbattuto di mille battaglie politiche e militari rivendicando i diritti del popolo”.
Le due verità. Sì perché, dall'Amazzonico Caquetà all'Andino Sur de Bolivar, in molti oggi stanno piangendo la dipartita del “comandante in jefe”. Se nelle grandi città, nei centri abitati dal ceto medio, nei luoghi lontani molte miglia e anni luce dalle immense e misere campagne, si brinderà alla scomparsa del pericoloso “terrorista, che finalmente è andato all'inferno”, per usare le parole di Santos, nelle grandi distese verdi e fra le aspre montagne fitte di vegetazione impenetrabile gli ultimi degli ultimi tremeranno. Perché la Colombia è ancora il paese “dei miti cantati e delle contestazioni”, per citare Guccini nella sua canzone dedicata al Che. In Colombia, anzi, c'è di più, una violenta guerra interna in cui ancora migliaia di giovani non vedono altra possibilità di futuro se non imbracciare un fucile e darsi alla macchia in nome di un paese più giusto. In quelle zone dimenticate da dio, dove lo Stato arriva solo attraverso mimetiche e bombe, non funziona nemmeno la grande campagna mediatica che nel mondo diffonde un immagine vergognosa di quella guerriglia ormai votata ai soldi, al narcotraffico, in barba ai suoi stessi principi. In quelle infinite parti del paese andino ancora si sceglie di morire per l'idea di una nuova Colombia giusta e uguale per tutti, dove da sempre i diritti sono privilegi di pochi. Nonostante il governo non si stanchi di ripetere che le Farc sono un'organizzazione terrorista che uccide i civili, sono migliaia i poveri che continuano a non avere altra scelta che credere nelle Farc e sono in migliaia oggi a piangere la morte di Marulanda, a provare quell'identico composto cordoglio del primo marzo, quando seppero dell'uccisione di suo cognato, il portavoce storico del gruppo rivoluzionario, Raul Reyes. Dall'Amazzonia alla costa, fino al nord della cordigliera, il supporto alle Farc è innato in anziani e giovani, al di là di ogni diceria, perché purtroppo per molti, troppi colombiani un gruppo armato comunista che ha scelto la guerra come soluzione di pace è l'uica speranza per un'altra Colombia possibile.
Conclusioni. “Nessun altro guerrigliero al mondo ha lottato ininterrottamente per sessanta anni, restando incolume nonostante i pesanti bombardamenti eseguiti dalle forze armate rivoluzionarie, dal Plan Lazo, al Marquetalia, la Sonora, Caccia verde, Distruttore 1, 2, e el Plan colombia e patriota. indenne e rafforzato, anche in battaglie strategiche”. Quindi ha concluso: “giuriamo sulla sua tomba di vincere la nostra battaglia per una Colombia nuova”. Infine un accenno all'accordo umanitario, precisando che continuano a volerlo assieme a una soluzione politica del conflitto. Che le Farc non siano allo sfascio come il governo sostiene?
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Centoquaranta Paesi ordinati secondo l'"Indice globale di pace": al primo posto l'Islanda, Usa e Russia nelle ultime posizioni. L'Iraq chiude la graduatoria, Italia 38°.
da PeaceReporter
L'Islanda è al primo posto nella classifica del Gpi 2008. L'indagine, aggiornata ed estesa per la sua seconda edizione, ha posto in analisi 140 Paesi, dall'Afganistan allo Zimbabwe, 19 in più rispetto ai 121 del 2007. Un think-tank di accademici, esperti di pace e uomini d'affari lavorano allo studio, ideato e patrocinato dall'imprenditore e filantropo australiano Steve Killelea, e realizzato in collaborazione con l'Economist Intelligence Unit, il braccio analitico della rivista britannica "The Economist". Il Gpi gode inoltre del sostegno di personalità come il Dalai Lama, l'ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, e l'arcivescovo Desmond Tutu. L'idea è quella di creare un indice di misura della pace, innovativo ed unico nel suo genere, che si basa sull'analisi combinata di 24 indicatori riguardanti la situazione interna e le relazioni esterne degli Stati presi in esame. Tali indicatori sono suddivisi in tre aree tematiche: conflitti interni e internazionali in corso, sicurezza della società, grado di militarizzazione.
Tra i membri del G8, solo il Giappone si è qualificato nella 'top ten' della pace. Quest'anno l'Islanda ha strappato la prima posizione alla Norvegia (Stato più "pacifico" del 2007) in virtù del suo alto grado di stabilità interna e delle buone relazioni con le nazioni vicine. Inoltre, l'isola non possiede un esercito permanente ed ha un bassissimo numero di detenuti rispetto alla popolazione totale. Sedici dei primi venti posti della classifica sono occupati dai Paesi scandinavi e dalle democrazie dell'Europa centro-occidentale. L'Italia guadagna cinque posti rispetto al 33° dello scorso anno, posizionandosi al 28°, sopra la Spagna, la Francia e la Gran Bretagna. In generale, i Paesi più "pacifici" risultano essere quelli di piccole dimensioni, stabili e democraticamente governati. Un fattore positivo sembra essere costituito dall'appartenenza a organismi regionali come l'Unione Europea. Scendendo nella classifica, non sorprende di ritrovare l'Iraq in ultima posizione, preceduto da Somalia, Sudan, Afganistan e Israele. Maggiore perplessità suscitano invece le scarse performance delle grandi potenze: i membri del G8 si sono qualificati in modo molto differente tra loro, ma solo il Giappone, al quinto posto, è presente nella top ten. Inoltre, nessuno dei cinque Stati dotati del seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'Onu occupa le prime posizioni della classifica: Francia (36°) e Gran Bretagna (49°) si distanziano dalla media europea. Ancora più in basso, ben 30 posizioni dopo la Cina (67°), troviamo gli Stati Uniti, che si qualificano al 97° posto, a causa del cospicuo impegno militare e di una situazione interna caratterizzata da forti sperequazioni sociali, da un elevato tasso di crimini violenti, con circa due milioni di cittadini in carcere. Per incontrare la Russia bisogna scendere infine al 131° posto: le difficili relazioni con gli Stati confinanti - basti pensare alla situazione in Cecenia - , il basso livello di fiducia nei confronti dei cittadini stranieri, l'alta percentuale di crimini violenti, fanno della Russia uno dei Paesi meno "tranquilli" del pianeta.
Il mondo sembra essere lievemente più 'pacifico' rispetto al 2007, ma il tasso di militarizzazione globale è aumentato. Una linea di tendenza generale particolarmente cara agli studiosi del Gpi, è la corrispondenza che sembra esserci tra sviluppo economico e pace: secondo quanto sostiene Steve Killelea, il rapporto mostra come il reddito pro capite aumenti progressivamente risalendo la classifica: "Lo sviluppo economico può condurre alla pace. - assicura Killelea- Su questo non c'è dubbio. Come tutti sanno, gli affari infuenzano i governi ed il loro modo di ragionare". Anche l'arcivescovo Desmond Tutu sembra essere dello stesso parere quando dice che "non si fanno affari dove ci sono conflitti. E' nell'interesse personale (degli operatori economici, ndr) promuovere il genere di circostanze e di sviluppo nel quale si possano portare avanti gli investimenti quando c'è pace". Una regola non priva di eccezioni, considerato che giganti dell'economia mondiale come Cina e Stati Uniti sono tutt'altro che baluardi di pace. Ad ogni modo, il bilancio complessivo della seconda edizione di questa classifica mondiale della pace, appare relativamente confortante: nonostante il tasso di militarizzazione totale sia aumentato, il mondo sembra essere moderatamente più "pacifico" quest'anno. "Questo è incoraggiante - conclude Killelea - ma sono necessari piccoli passi da parte dei singoli Paesi, per permettere al mondo di compierne di maggiori nella strada verso la pace".
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Benedetto XVI salutando alcuni dei cinesi che a Roma hanno partecipato alla Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina li esorta a saper essere testimoni credibili dell’amore fìdi Gesù ed a restare fedeli alla “roccia di Pietro”. L’auspicio che le popolazioni colpite dal sisma possano presto tornare alla normalità, anche grazie alla solidarietà internazionale.
Città del Vaticano (AsiaNews) - Solidarietà per le vittime del terremoto in Cina è stata espresso oggi nuovamente dal Papa che ha ricordato la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, celebrata ieri, ed ha chiesto alla Vegine di Sheshan di sostenere l’impegno dei cristiani cinesi e la loro fedeltà a Pietro. Inconsueta presenza, oggi in Piazza an Pietro, di un numeroso gruppo di fedeli cinesi con un grande striscione, tra le 40 mila persone che hanno preso parte alla recita del Regina Caeli. Si tratta di gran parte di coloro che sono venuti a Roma da tutta Italia per la celebrazione della Giornata e che ieri hanno affollato la basilica di Santa Maria Maggiore, ove centinaia di sacerdoti cinesi hanno celebrato la messa insieme con il card. Ivan Dias, responsabile del dicastero missionario del Vaticano.
Rivolegendosi a loro subito dopo la recita della preghiera mariana, Benedetto XVI per la secondo volta, dopo il 14 maggio, ha rivolto un pubblico pensiero alle vittime del terremoto. “Affido all’amore misericordioso di Dio – ha detto rivolgendosi direttamente al grupo cinese - tutti quei vostri concittadini che in questi giorni sono morti in conseguenza del terremoto, che ha colpito una vasta aerea del vostro Paese. Rinnovo la mia vicinanza personale – ha aggiunto - a quanti stanno vivendo ore di angoscia e di tribolazione. Grazie alla fraterna solidarietà di tutti, possano le popolazioni di quelle zone tornare presto alla normalità della vita quotidiana. Insieme con voi chiedo a Maria, Aiuto dei Cristiani, Nostra Signora di Sheshan, di sostenere – ha detto ancora, ripetendo le parole della preghiera che egli stesso ha composto per la Giornata – ‘l’impegno di quanti in Cina, tra le quotidiane fatiche, continuano a credere, a sperare, ad amare, affinché mai temano di parlare di Gesù al mondo e del mondo a Gesù’, rimanendo ‘sempre testimoni credibili’ del suo amore e ‘mantenendosi uniti alla roccia di Pietro su cui è costruita la Chiesa’”.
In precedenza, il Papa aveva ricordato che in molte parti d’Europa ogg si celebra il Corpus Domini. “L’Eucaristia – ha detto tra l’altro - è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a chi, anche ai nostri giorni, è privo del pane quotidiano. Tanti genitori riescono a malapena a procurarlo per sé e per i propri bambini. (continua a leggere)
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QualEnergia.it - Grande e generalizzato entusiasmo per le dichiarazioni del Ministro Scajola sul ritorno al nucleare in 5 anni. Mancano però molti elementi di razionalità in questo rilancio dell'atomo: qual è la reale tempistica, i costi, le tecnologie da utilizzare, come smaltire le scorie?
Il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, rilancia il nucleare entro cinque anni. Abbracci e baci con Confindustria. Giornali, Tv e radio nazionali riprendono in massa la notizia e, con pochissime eccezioni, tutti lo fanno con grande entusiasmo. Ma non è una novità che la nostra editoria è sostenuta da grandi gruppi economico-industriali e con il nucleare di business per lo loro ce ne sarebbe a volontà, soprattutto se gran parte dell’onere finanziario del progetto se lo carica sul groppone lo Stato, cioè noi contribuenti.
Cosa sta spingendo verso queste scelte, a dire il vero molto “mediatiche”? L’ondata emotiva legata al prezzo del petrolio a 135 $? E qual è lo scopo di costruire qualche centrale nucleare in Italia: la sicurezza dell’approvvigionamento elettrico? Ridurre il costo del kWh? Ma di cosa stiamo concretamente parlando? Quali sarebbero le centrali di nuova generazione alle quali il Ministro fa riferimento?
Innanzitutto, per l’attuale generazione nucleare i problemi restano quelli di sempre. Vediamoli in estrema sintesi:
- la sicurezza delle centrali
- la scelta dei siti più adatti
- la gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento degli impianti
- i costi di costruzione e gestione degli impianti che non potrebbero essere sostenuti neanche dai colossi energetici senza i sussidi statali
- le riserve naturali sempre più scarse di uranio
- la loro protezione da eventuali attacchi terroristici
- il rischio della proliferazione di armi nucleari
La mossa clamorosa di Scajola di un un ritorno al nucleare perderebbe allora tutto il suo impatto, ripeto mediatico, se si chiariscono i veri tempi di realizzazione delle centrali. Oggi per l’Italia tornare a far funzionare il nucleare, quello attuale, servirebbero per questioni tecnologiche e procedurali non 5 ma 15 anni.
Ma, a parte questo aspetto, sappiamo anche che gli impianti di terza generazione presenti in Europa avranno ancora una vita breve. Gli attuali reattori sono infatti quelli che usano solo la parte fissile del combustibile pari a circa il 2% dell’uranio e hanno il grave problema della grande produzione delle scorie e della loro difficile gestione. Anche gli esperti del settore dicono (vedi Ilsole24ore, 23 maggio 2008) che “le centrali di terza generazione non sono più praticabili” e "bisogna pensare alla loro sostituzione".
La quarta generazione, quella dei reattori autofertilizzanti (capaci di bruciare tutto il combustibile e simultaneamente gli stessi rifiuti) è lungi dall’essere pronta. Gli Stati Uniti che guidano un consorzio di vari paesi che si chiama, appunto, “Generation Four”, vogliono realizzare un prototipo (si badi bene, prototipo) nel 2025. E molti sono ancora i problemi da risolvere per queste nuove tecnologie. Anche Carlo Rubbia ha più volte detto che i reattori di quarta generazione non sono però la soluzione, perché lasciano pressoché invariato il problema dello smaltimento delle scorie.
I costi. L’Edison parla di 2 miliardi di euro per centrale, ma anche alla luce di quanto sta costando la centrale in costruzione a Olkiluoto in Finlandia, bisognerebbe considerarne almeno il doppio, se non di più (stimati 4,5 miliardi di euro). In questo caso, dai costi del progetto, in ritardo di circa due anni rispetto ai piani, vanno esclusi quelli relativi alla chiusura del ciclo del combustibile che si accollerà lo Stato, cioè denaro pubblico per lo smaltimento delle scorie e lo smantellamento della centrale.
Altro aspetto chiave. In Italia non esiste un deposito per le scorie neanche per stoccare quelle del vecchio nucleare italiano, oggi sparse in vari siti che hanno caratteristiche di scarsa sicurezza. Ad esempio, secondo Raffaello De Felice, ultimo responsabile del settore impianti nucleari dell’Enel alla fine degli anni ’80 e attualmente consulente per i progetti esteri della società, “non è possibile avviare un nuovo programma nucleare senza risolvere questo problema”.
Molto sarebbe da dire anche sul reale contributo della produzione elettrica da nucleare. Quante centrali dovrebbero essere costruite per dare una dimensione significativa al ritorno nucleare nel nostro paese? E soprattutto con quale denaro e per quale progetto di crescita del paese?
La verità è che la scelta di produrre miliardi di chilowattora con l'atomo distoglierà risorse economiche dalle politiche di utilizzo razionale dell’energia e dalla diffusione delle fonti rinnovabili, le uniche scelte coerenti e moderne che un paese dovrebbe percorrere.
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Agenzia Misna - Migliaia di immigrati sono tornati in Mozambico per sfuggire alle violenze e aggressioni che nei gironi scorsi hanno preso di mira cittadini stranieri nei sobborghi di Johannesburg. Da lunedì notte a stamani, oltre 10.000 persone, su autobus messi a disposizione dal governo di Maputo, hanno attraversato il confine al varco di Lebombo-Ressano Garcia diretti verso la capitale. Delle 42 vittime stimate provocate dalle violenze a sfondo xenofobo nelle cittadine intorno a Johannesburg otto erano mozambicani. Dieci autobus sono stati affittati dal consolato mozambicano a Johannesburg e messi a disposizione di migliaia di connazionali ospitati nelle tendopoli allestite dalla Croce Rossa presso chiese e commissariati. La stampa di Maputo riferisce che gli immigrati, molti dei quali vivevano in Sudafrica da molti anni, hanno perso tutto ciò che avevano, perché derubati o perché le loro case sono state date alle fiamme, e sono rientrati in patria più poveri e traumatizzati di quando partirono. Le vittime hano detto di essere state aggredite da giovani disoccupati che li accusavano di aver rubato loro il lavoro.
Anche molti migranti dallo Zimbabwe, si apprende dalla televisione sudafricana, si stanno mettendo in viaggio per tornare in patria, dopo essere stati particolare bersaglio delle violenze, insieme a immigrati da Mozambico, Angola, Nigeria e Somalia. Oggi il partito di governo, l'African National Congress, ha cominciato a distribuire due milioni di opuscoli in cui si condanna la xenofobia definendola grave quanto l’apartheid. Più fonti politiche e religiose hanno sottolineato che le tensioni sociali hanno avvantaggiato la criminalità comune; non si escludono anche strumentalizzazioni politiche.
(23/5/2008) E mentre l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur/Unhcr) ha espresso preoccupazione per le violenze, i paesi confinanti stanno avviando procedure d’emergenza per gestire il ritorno alle frontiere di migliaia di emigranti. Il governo mozambicano ha dichiarato lo stato d’emergenza per poter attivare la cellula speciale della protezione civile, così da garantire una risposta coordinata al rientro dei suoi cittadini. Intanto, mentre in molti continuano a definire le violenze ‘xenofobe’, si fa sempre più spazio tra i vertici del governo sudafricano e dei servizi di intelligence l’ipotesi che dietro al caos in corso da giorni in varie zone del paese vi sia la mano di “forze esterne” in coordinamento con elementi interni che hanno tutta l’intenzione di destabilizzare il Sudafrica e il governo in carica in vista delle elezioni del prossimo anno.[CO]